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Parole un giorno dopo l’altro

Ogni giorno una proposta di approfondimento della fede

Alexander Schmemann, teologo ortodosso, Tallin 1921 – NYC 1983

Resurrezione, Filippo Rossi

Essere cristiani, credere in Cristo, significa ed ha sempre significato questo: sapere, con una conoscenza sovrarazionale e tuttavia assolutamente certa che si chiama fede, che Cristo è la Vita di ogni vita, che è la Vita stessa, e perciò è la mia vita. In questo senso la fede cristiana è radicalmente diversa dalla “credenza religiosa”. Il suo punto di partenza non è la “credenza”, ma l’amore. In sé e per sé ogni credenza è parziale, frammentaria, fragile. «Perché noi in parte sappiamo e in parte profetiamo…le profezie scompariranno, le lingue lacerano, la conoscenza svanirà» (1Cor 13,9.8). Soltanto l’amore non viene mai meno. E se amare qualcuno significa che io ho la mia vita in lui, o piuttosto che egli è diventato il “contenuto” della mia vita, amare Cristo significa conoscere e possedere Lui come la Vita della mia vita. Solo questo possesso di Cristo come Vita, solo la “gioia e pace” della comunione con Lui, la certezza della sua presenza, danno pieno significato alla proclamazione della morte di Cristo e alla confessione della sua risurrezione. In questo modo, la resurrezione del Cristo non può mai diventare “fatto oggettivo”. Il Signore risorto apparve a Maria, ed essa lo vide ma «non riconobbe che era Gesù» (Gv 20,14). Egli stette sulla sponda del lago di Tiberiade, «ma i discepoli non conobbero che era Gesù» (Gv 21,4). E sulla via di Emmaus gli occhi dei discepoli «erano impediti, così che essi non lo conobbero» (Lc 24 16). L’annuncio della resurrezione rimane follia per questo mondo e non fa meraviglia che persino i cristiani in qualche modo la “eliminino”, riducendola virtualmente alle antiche dottrine precristiane di immortalità e sopravvivenza. E in effetti se la dottrina della resurrezione è solo una “dottrina”, se si deve credere in essa come in un evento del “futuro”, in un mistero dell'”altro mondo”, essa non è sostanzialmente diversa dalle altre dottrine riguardanti l'”altro mondo” e può facilmente venir confusa con esse. Sia che si tratti dell’immortalità dell’anima o della resurrezione del corpo, io non so niente né dell’una né dell’altra ed ogni discussione qui è pura speculazione. La morte rimane lo stesso misterioso passaggio nello stesso misterioso futuro. La grande gioia che sentirono i discepoli quando videro il Signore risorto, quell’”ardore del cuore” che sperimentarono sulla via di Emmaus, non era perché venivano loro svelati i misteri di un “altro mondo”, ma perché avevano visto il Signore ed essi annunciarono quello che sapevano, che in Cristo la vita nuova è già cominciata, che Egli è la Vita eterna, la pienezza, la risurrezione e la gioia del mondo. […] Noi sappiamo che la luce del “mondo futuro” viene a noi nella gioia e nella pace dello Spirito Santo, perché “Cristo è risorto e regna la Vita”. Essere cristiani non vuol dire avere una religione ma avere la Vita che viene da Dio: una vita nuova che già ora posso vivere. Questo è il motivo per cui Cristo avviene sempre qui ed ora per me!

A. Schmemann, Il mondo come sacramento, Queriniana, Brescia 1969, 114 – 115.

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