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Parole un giorno dopo l’altro

Ogni giorno una proposta di approfondimento della fede

Raimon Pannikar, teologo e filosofo cattolico, Barcellona 1918 – Tavertet 2010

Polly Morgan, Small Still Birth, 2010

L’esperienza della resurrezione non è l’esperienza di una vita, proprietà privata del mio bios. La vita di resuscitato non è mia, non è la mia vita; è esperienza di Vita, di quella Vita che è e che era fin dal Principio, che semplicemente vive, che palpita in tutta la realtà e nella quale io entro in comunione per convivere con questa Vita (zoe). Ciò implica (esige) l’essere morto all’ego, aver lasciato morire l’egoismo – con tutto ciò che comporta.

Si vive questa Vita nella misura in cui si va morendo a questo se stesso, che non sono io stesso.

Senza morte non c’e resurrezione e la resurrezione è la Vita: questa esperienza della Vita è la “vita eterna” di cui parla Cristo, non è bios . E’ necessario “perdere la vita”, l’anima (psiche) per resuscitare. Non è un’illusione né una vita successiva; è la pienezza della Vita: “Sono venuto perché abbiano Vita” e l’abbiano più abbondante  di quella meramente biologica. La mia vita di resuscitato non è una seconda vita, non è la re-incarnazione in un’altra persona, non è un’altra vita (non alias sed altera), ma è la vita che mi è stata data da vivere in quella che ho chiamato tempiternità. Si sperimenta la tempiternità quando si vive la “vita eterna” negli stessi momenti temporali della nostra esistenza. Non è una vita né dopo il tempo né fuori dallo spazio, ma in essa non si esauriscono i parametri spazio-temporali.

Quando questi momenti temporali, senza cessare di essere temporali, si “rivelano” “eterni”, si comincia a vivere la vita eterna che è la vita risorta: non dimentichiamo che eterno non significa perenne.

L’ eternità non dura, non è perenne: non dimentico neppure che sto descrivendo l’introito alla vita eterna e la sua “potenzialità obbedienziale” in ogni essere umano. Sono momenti intensi che non si brama di ripetere né prolungare, dato che sono incommensurabili con la temporalità. Sono momenti temporali che hanno come “perforato” il tempo e si vivono in pienezza in un’altra dimensione: è l’esperienza mistica del momento.  Non sono momenti necessariamente estatici e neanche rigorosamente “escronici” (fuori dal tempo, NdR), dato che si vivono nel tempo: sono tempiterni e possono essere più o meno intensi e più o meno coscienti, ma sono accessibili a “ogni uomo che viene in questo mondo” (anche se non tutti sono disposti a ricevere la luce). “Ma a tutti quelli che la ricevono è data la potestà di essere figli di Dio”. Ed è superfluo dire che esiste un’equivalenza omeomorfica tra “resuscitato”, “illuminato”, “realizzato” e simili (nel linguaggio pannikariano l’omeomorfismo è l’equivalenza dinamica che può esistere tra diverse cosmologie religiose, NdR). L’ottimismo cristiano è poco meno che un dogma, scrissi mezzo secolo fa – con il linguaggio di quel tempo.

La Vita di resuscitato non significa vita perfetta: debbo cercare di eliminare le mie imperfezioni; non sono impeccabile; sperimento la Vita divina, ne sono partecipe, ma non cesso di essere l’uomo che sono, con tutti i difetti e le debolezze. Ciò non toglie che abbia detto “ Vita divina”, perché Dio è anche uomo – e partecipa della mia vita umana. Il resuscitato si riconosce peccatore, ma si sa perdonato e sa anche che ancora non ha manifestato chiaramente ciò che sarà –parafrasando san Giovanni. Per questo, malgrado i suoi errori e le sue limitazioni, il risorto gode di una pace profonda e sperimenta che lo Spirito (che è colui che perdona e dona la pace) è con lui.

Non si equivochi: la vita di risorto non è una seconda vita, un prolungamento della nostra vita umana. Per fortuna è stata superata la dicotomia “naturale-soprannaturale”. Potremmo dire semplicemente che la vita di risorto è la vita che non segue il corpo o l’anima, ma lo Spirito – che naturalmente non esiste staccato dal corpo né dall’anima. In una parola ciò che qui chiamiamo la vita del risorto è la vita pienamente umana – in tutta la sua ricchezza e ambivalenza.

L’esperienza di resurrezione elimina la paura della morte, e questo è forse il suo aspetto più visibile, dato che questa paura non può essere superata con la sola forza di volontà. Si tratta però di qualcosa di più di un’immortalità platonica. Io so che sono mortale e non mi consola sapere che ho un’anima immortale se poi me ne separerò. Ne mi appaga credere che resusciterò dopo la morte o magari in un ultimo momento che non potrò più sperimentare. 

L’ esperienza della resurrezione, invece, è qui e ora – nella tempiternità . Il risorto vive la novità della vita in ogni istante. Non si annoia né cede al nervosismo del tempo che fugge. Non è questa l’opera dello Spirito che “fa nuove tutte le cose”? La resurrezione è un atto che si rinnova costantemente. Se si muore ogni giorno, come dice l’Apostolo, si resuscita anche in ogni momento. L’esperienza della creazione continua e, ancor più quella dell’Incarnazione continua porta seco quella della resurrezione in ogni istante. Forse il buddismo ci aiuta a comprenderlo meglio. La morte non fa paura perché non è. Forse la visione delle Upanisad ci permetterà di esprimere ciò anche in altro modo complementare – ma non debbo, ora, introdurre la saggezza di altre culture.

R. Pannikar, Mistica Pienezza di Vita, Jaca Book, Milano, 2008

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