«Se ciascuno prendesse per sé solo ciò che basta per le sue necessità, lasciando ciò che resta a disposizione di quanti ne hanno bisogno, forse nessuno sarebbe ricco, ma neppure vi sarebbe qualcuno povero». (Basilio, Omelia sull’avarizia 7)
L’esigenza della koinonía materiale non rappresenta un’istanza di fondamentalismo arcaizzante, né una riedizione delle ideologie pauperistiche: no, si tratta di andare alle sorgenti dell’esperienza cristiana per riscoprire che il vero nome della povertà cristiana è condivisione fraterna, praticata nelle forme e nei modi che volta per volta si discerne come buoni. Il cristiano è colui che si adopera per eliminare la situazione di bisogno che fa soffrire il suo fratello: questo avvenne nelle diverse forme di condivisione praticate dalle comunità primitive, è avvenuto lun- go tutta la storia della chiesa, deve avvenire ancora oggi. Il cri- stiano infatti sa bene, o dovrebbe saperlo, che «il “mio” e il “tuo” non sono altro che parole prive di fondamento reale. Se dici che la casa è tua, dici parole inconsistenti, perché l’aria, la terra, la materia sono del Creatore, come pure tu che l’hai costruita, e così tutto il resto». (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Prima lettera ai Corinzi 10,3 in Enzo Bianchi, Nessuno tra loro era bisognoso, Relazione al Convengo diocesano della Caritas Ambrosiana, Milano, Novembre 2004).
La nota distintiva della prima comunità era la condivisione tra tutti, che avveniva a causa della comune fede. Oggi la chiesa continua ad essere testimonianza di carità, ma siamo chiamati a trovare nuove vie di condivisione, che prendano il nome di giustizia derivante dalla fede.
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Qui alcune informazioni sul Cenacolo di Gerusalemme, che fu il luogo dove si riuniva la primissima Chiesa, la comunità degli Apostoli con Maria, madre di Gesù.