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La Parola per oggi

Ger 11,18-20; Sal 7; Gv 7,40-53

Entriamo sempre più nel vivo della vicenda pasquale di Gesù. Che cosa non riuscivano ad accettare i capi dei sacerdoti e i farisei? Probabilmente un Dio che si immerge totalmente tra i suoi, che non ha bisogno di templi, arche, incensi, altari, onori, sacrifici. Eppure tutto questo si addiceva così bene alla loro falsità.

Un dio che esige sacrifici per esaudire le richieste del suo popolo può essere ancora chiamato dio? Un dio che ha bisogno di soddisfare il proprio ego per essere dio, può essere considerato tale? Un dio che non ha la voglia di stare tra i suoi, è da onorare? Un dio che si compiace della paura che la gente ha di lui è un dio?

Gesù stravolge tutto questo, preferisce essere agnello mansueto portato al macello piuttosto che essere un dio da altare, che non serve a nessuno, perché non esiste. La grandezza del Verbo fatto uomo sta nel fare tutto questo nel solco della tradizione del suo popolo, senza volersene staccare, provando a correggere la visione perversa di Dio che i capi del popolo e i potenti avevano creato per loro comodo. In questo modo, infatti, essi avevano il controllo totale della gente che, impaurita, si rivolgeva a loro come ad intermediari del sacro.

Gesù rompe anche questo: con lui non ci sono più sacerdoti, poiché egli è l’unico Sacerdote. Da Gesù in poi abbiamo presbiteri, che significa anziani, che hanno il compito di radunare le comunità e cercare di fare sintesi dei doni di ciascuno, annunciando il Vangelo e vivendo la carità, prima di tutto quella di non dire falsa testimonianza su Dio, di non pervertire il suo volto. Per questo, ogni giorno, pregano e chiedono preghiere…

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