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La Parola per oggi

Mi 7,14-15.18-20; Sal 102; Lc 15,1-3.11-32

Tutte le volte che ascolto questo Vangelo mi viene prima la rabbia e poi lo sconforto. Se guardo a quel padre che «quando [il figlio sperperone] era ancora lontano, lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» e penso alla Chiesa mi vergogno. Quante volte attendiamo davvero chi si è allontanato? Se anche attendiamo, siamo capaci di non dettare noi le regole per un “giusto reinserimento nella comunità” ma di essere noi i prodighi e gridare: «portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»?

Chiaro, se vuoi seguire Cristo devi attenerti al suo Vangelo, che è radicale e chiede una vita a lui coerente, ma intanto quanto abbiamo spalancate le braccia per accogliere ogni figlio? Non parlo solo della Chiesa “istituzione”, ma anche della Chiesa dei fedeli (ammesso che possa esserci una differenza): quanto sei disposto ad accettare il tuo fratello, chiunque e comunque egli sia?

Naturalmente in chi si è allontanato non dovrebbe mancare una sana dose di umiltà per ammettere i propri errori: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio»

Ricordati che la misura dell’amore sono le braccia di quel Padre; ricordati che la misura dell’amore sono le braccia di Cristo spalancate sulla Croce per donare il perdono a tutti…

“Questo è il mio sangue, versato per voi e per tutti…”

Allora, a questo punto, dopo la mia rabbia e il mio sconforto, sopraggiunge la gioia.

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