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La Parola per oggi

Is 58,1-9; Sal 50; Mt 9,14-15

Vi sono due modi di digiunare, entrambi radicati nella Scrittura e nella Tradizione, e che corrispondono a due bisogni distinti, a due stati dell’uomo. Il primo lo si può chiamare totale, perché consiste in un’astinenza totale dal cibo e dalla bevanda. Il secondo lo si può definire ascetico, perché consiste sopratutto nell’astinenza da certi cibi e in una sostanziale riduzione del regime alimentare. Il digiuno totale, per sua stessa natura, è di breve durata ed è abitualmente limitato ad una giornata o anche solo a una parte di essa. Fin dalle origini del cristianesimo, esso fu compreso come uno stato di preparazione e di attesa: lo stato di concentrazione spirituale su ciò che sta per venire. La fame fisica corrisponde qui all’attesa spirituale del compimento, all’ “apertura” di tutto l’essere umano alla gioia che si avvicina. Perciò, nella tradizione liturgica della Chiesa, troviamo questo digiuno totale come preparazione ultima e conclusiva a una grande festa, ad un evento spirituale decisivo. Lo troviamo, per esempio, alla vigilia di Natale e dell’Epifania [nelle Chiese ortodosse, N.d.R.]; ma, sopratutto, è questo il digiuno eucaristico, modo essenziale della nostra preparazione al banchetto messianico, alla tavola di Cristo nel suo Regno. […] Nel suo vero significato il digiuno totale è la principale espressione di quel ritmo di preparazione e di compimento in cui vive la Chiesa, perché essa è, ad un tempo, attesa di Cristo “in questo mondo” e ingresso di questo mondo nel “mondo a venire”. Possiamo aggiungere qui che nella chiesa primitiva questo digiuno totale aveva un nome preso in prestito dal vocabolario militare: si chiamava statio e voleva dire una guarnigione in stato di allarme e mobilitazione. La chiesa sta in “guardia”: essa attende lo Sposo e lo attende nella vigilanza e nella gioia. Così il digiuno totale non è soltanto un digiuno dei membri della Chiesa; è la chiesa stessa in quanto digiuno, in quanto attesa di Cristo che viene a lei nell’Eucarestia e che verrà nella gloria alla fine dei tempi.

A. Schmemann, Quaresima: in cammino verso la Pasqua, Magnano, 2010

«Verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno» (Mt 9,15). Gesù parla di questo digiuno totale, nell’attesa della sua venuta, di cui il digiuno del Venerdì Santo e l’astinenza di tutti i venerdì dell’anno sono preparazione. Il digiuno del Venerdì Santo ha però, a mio parere, anche una connotazione ascetica, in quanto preparazione alla Grande Comunione pasquale.

Tali digiuni, però, vanno letti alla luce del brano di Isaia proposto come prima lettura: se non diventano digiuni dall’ingiustizia verso i poveri, gli oppressi, gli sfruttati, gli innocenti vituperati, e non mettono in campo azioni concrete verso di loro, essi sono totalmente inutili.

Leggi qui alcuni approfondimenti sulla enormi ingiustizie perpetrate sulla cosiddetta “rotta balcanica”. Trovi anche un modo concreto per aiutare chi sta subendo la follia della violenza.

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