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La parola che accade

di Fulvio Ferrario*

La fede e il contagio

Ecco oggi invece un pezzo dichiaratamente a favore delle celebrazioni in streaming, a differenza di quello di ieri. Va detto, come bene rileva l’autore, che qui si parla della Chiesa valdese, dove l’aspetto della “fisicità” eucaristica non è una dimensione essenziale come per i cattolici.

Sabato 7 marzo, in serata, apprendo che la Chiesa evangelica valdese, della quale sono pastore, interpreta le disposizioni governative appena rese note nel senso di una sospensione del culto pubblico nelle chiese. Il giorno successivo il culto evangelico da me presieduto si svolge di fronte a quattro o cinque persone. Come però accadeva già in precedenza, viene trasmesso in streaming sulla pagina Facebook della comunità. Lo streaming, che fino alla domenica prima costituiva uno strumento ausiliario, diventa il vettore della predicazione della parola di Dio da parte della chiesa locale alla quale appartengo.

Pochi giorni dopo, alcuni amici e un’amica, pastori e non, più giovani di me di almeno vent’anni, mi telefonano chiedendomi di collaborare all’allestimento di un “culto” (allora usavamo ancora le virgolette) da celebrare in diretta in forma interattiva, utilizzando una piattaforma elettronica, del tipo che, negli stessi giorni, iniziavo a usare per le mie lezioni alla Facoltà valdese e in alcuni istituti cattolici. Quella che era iniziata come una telefonata prosegue direttamente sulla piattaforma, e domenica 15 va in rete il “culto”: cioè due brevi meditazioni sui testi pro posti dalla liturgia, preghiere e musiche (non cantate, ma registrate). Mi convinco di poter tranquillamente togliere le virgolette: è accaduto, in forma esteriormente molto diversa, quello che accade ogni domenica in chiesa: la Parola di Dio è condivisa da una comunità in preghiera. L’aggettivo «virtuale», in questo contesto, mi appare del tutto fuori luogo: non sono virtuali le persone che parlano, ascoltano e pregano, non è virtuale, per nulla, la parola biblica annunciata e accolta nella fede. Ciò che accade è che la Parola di Dio qualifica lo spazio nel quale essa accade, che in questo caso è quello della rete. Nessuna transustanziazione del web, naturalmente: piuttosto, la sua occupazione da parte dell’annuncio cristiano che, dove e quando piace a Dio, web o non web, accade nella potenza dello Spirito santo. La retorica protestante ama celebrare l’uso audace ed efficacissimo della tecnologia della stampa a caratteri mobili da parte della Riforma del XVI secolo: ho la netta sensazione di vivere un’analogia non banale.

Stabilito che la cosa funziona anche tecnicamente, la pubblicizziamo, la partecipazione cresce parecchio, aggiungiamo una lectio divina (che i protestanti chiamano «studio biblico») al venerdì alle sei e la inauguriamo con una riflessione in forma dialogata svolta dal pastore di Bergamo, Winfrid Pfannkuche, mentre i camion dell’esercito partono in colonna da quella città, carichi di bare.

Non manca, naturalmente, chi arriccia il naso. C’è chi si sente in dovere di ricordarci che la chiesa è un evento «corporeo»; ci viene detto che «in rete non è lo stesso»; i più dotti tra questi scettici tirano in ballo il «docetismo», cioè l’eresia che sottovaluta o nega la realtà dell’incarnazione. Confesso stupore e, anche, irritazione: quel che c’è di vero in tali obiezioni è ovvio e quello che non è ovvio è falso. È ovvio che chiesa di mattoni e di corpi da un lato e rete dall’altro non sono la stessa cosa: quando le chiese riapriranno, Zoomworship (così, nel frattempo, abbiamo – hanno – chiamato la “cosa”: non per niente i miei compagni di viaggio sono quarantenni postmoderni), se per caso continuerà in qualche forma, non si porrà certo in alternativa. È falso che la realtà di Cristo sia disincarnata: essa giunge integralmente nell’evento della Parola.

E l’eucaristia? Vero: non la si può celebrare in rete, perché la “fisicità” (che non coincide con la “realtà”: almeno i cristiani e le cristiane dovrebbero saperlo!) ne è una dimensione essenziale. Mi rendo anche perfettamente conto che la dimensione eucaristica svolge, nell’espressione cattolico-romana del cristianesimo, una funzione più pervasiva di quanto accada in una chiesa evangelica. Anche per le chiese della Riforma, comunque, l’eucaristia è una «forma di manifestazione della parola di Dio» in Gesù Cristo, ad opera della potenza dello Spirito. Nessuno vuole abolirla. Solo, poiché sembra che ci sia una situazione difficile (ogni tanto qualcuno parla come se se ne dimenticasse), può accadere che per un tempo l’equilibrio tradizionale tra predicazione e sacramento venga ridefinito. Per un cattolico sarà più traumatico, per una protestante un poco meno: in ogni caso si tratta di una misura di emergenza.

Io, che vado in chiesa tutte le domeniche con gioia ugualmente intensa, anche se diversa nelle sue espressioni, quando presiedo e quando non lo faccio, ho visto, in uno dei momenti più critici della storia italiana da me vissuta, la Parola di Dio venire a me e trascinarsi dietro volti (e, perché no, anche corpi) che non capisco perché non dovrei vivere come chiesa. È per questo che mi sono un po’ innamorato di Zoomworship.

* decano della Facoltà Teologica valdese di Roma

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