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Senso ed efficacia della preghiera

di Andrea Aguti *

La fede e il contagio

Chi guarda ai drammatici avvenimenti che stiamo vivendo con l’occhio del non credente, probabilmente adotterà una visione scientifica del mondo che, più o meno, suonerà nel modo seguente. Ad un certo momento, in una regione della Cina, un virus, che abitualmente infetta i pipistrelli (sorvoliamo sull’ipotesi che il virus sia stato modificato in laboratorio), è passato ad infettare un essere umano e da qui ha iniziato a propagarsi con velocità inusitata. In un mondo globale, l’epidemia è presto divenuta pandemia, con il risultato, stante la novità dell’infezione, di decine di migliaia di morti. La conoscenza scientifica troverà un rimedio, ma ci vuole tempo. Nel frattempo dobbiamo lottare contro di esso, con tutti i mezzi a nostra disposizione. Quando la scienza troverà il rimedio, potremo finalmente tornare alla nostra vita normale, anche se la possibilità che qualcosa di simile si verifichi in futuro non è esclusa. Faremo tesoro dell’esperienza acquisita. Domanda: ma perché accade tutto questo?Risposta: non c’è un perché, semplicemente accade. Oppure: considerata la concatenazione deterministica di eventi che risale al Big Bang, dal quale si è originato l’universo nel quale viviamo, non poteva che essere così.

Forse l’infezione da Coronavirus avrà un qualche vantaggio in termini di evoluzione della specie umana o di altre forme viventi, ma non possiamo affermarlo con certezza. Chi guarda a quello che sta avvenendo con l’occhio del credente, che cosa ha da aggiungere a questa visione? Forse una carica empatica maggiore verso le sofferenze umane rispetto alla visione “asettica” della scienza? Forse una motivazione ulteriore per dare un contributo a lenire queste sofferenze? Senz’altro, ma null’altro? In effetti, sembra che qualcos’altro di importante ci sia, cioè il fatto che tutto quello che accade ora e qui ha Dio come spettatore. Uno spettatore interessato, partecipe, che interviene oppure indifferente, passivo, inerte? I molti gesti di preghiera che si sono levati in questo periodo, come quello simbolico di Papa Francesco in San Pietro con la benedizione urbi et orbi, ci dicono che questo Dio non è compreso dai credenti come indifferente né come inattivo. A cosa servirebbe pregare qualcuno che fosse del tutto indifferente o non potesse fare nulla per cambiare la situazione? Il sociologo della religione B.R. Wilson ha affermato che in società secolarizzate, come le nostre, molti ancora pregano per ottenere qualcosa, ma pochi credono che questa preghiera sia efficace. In questo contesto la preghiera sarebbe piuttosto espressione di una “pia speranza”, che darebbe “la misura dello scetticismo” che aleggia anche tra i credenti a questo riguardo. Può darsi che le cose stiano così e che molti credenti oggi credano più nel potere della scienza che in quello di Dio. Eppure, proprio il frangente che stiamo vivendo ci dice quanto la scienza sia impotente. Non soltanto il vaccino è ancora lontano, ma perfino il tempo di incubazione e di persistenza del virus nell’organismo dopo la sua fase acuta di attività sono ancora poco chiari. I sapienti di questo mondo, cioè gli scienziati, sembrano al momento confusi. Non conviene forse pregare anche perché superino presto questa confusione e possano trovare un rimedio? E quando il rimedio sarà trovato, non bisognerà forse continuare a pregare per quelli che nel frattempo saranno morti a causa del Coronavirus, dal momento che essi non avranno tratto alcun beneficio al lavoro degli scienziati? La preghiera non continua, allora, ad essere significativa in un mondo dominato dalla scienza? Quello che sta accadendo non ci suggerisce, fra le altre cose, anche questo? Sembra di sì, ma dubbi sull’efficacia della preghiera possono sorgere anche all’interno della fede, e sono i più temibili. Se la preghiera non fosse esaudita, questo non metterebbe a rischio la fede di quelli che credono e alimentare ulteriormente lo scetticismo di quelli che non credono? Non sarebbe meglio astenersi dal pregare e rimettersi all’insondabile volontà divina? E ancora: è legittima la preghiera di petizione, cioè quella preghiera nella quale si chiede a Dio qualcosa? Non è espressione di una fede servile che si rivolge a Dio soltanto quando ne ha bisogno? E infine: se Dio ha definitivamente manifestato sé stesso nell’impotenza della croce, che senso ha chiedere a Dio una manifestazione di potenza? Non dobbiamo forse accontentarci della vicinanza di un Dio sofferente, debole, capace di partecipare del nostro dolore?

Molti credenti, soprattutto quelli che assumono riflessivamente la loro fede, si pongono queste domande, talora preoccupati di dare a sé e agli altri l’immagine di credenti “adulti”. Infatti, in un mondo che sarebbe divenuto adulto, come si fa a non essere cristiani adulti? Ma bisogna stare attenti, perché talora, nel voler prendere congedo dalla superstizione e dalla bigotteria, si potrebbe andare oltre e, come si dice, gettare via il bambino con l’acqua sporca. Non ci è forse chiesto di pregare incessantemente, senza pensare se la preghiera sarà o meno efficace? Del resto, non il risultato della preghiera dipende da noi, ma semmai il modo in cui si prega. La nostra fede non deve forse assomigliare a quella dei bambini? Essi chiedono insistentemente ai loro genitori, perché hanno bisogno di qualcosa, non perché sono servili. E infine, il Dio di Gesù Cristo, non è il Dio per il quale ogni cosa è possibile e che fa tutto nuovo? Egli non ha soltanto il potere starci accanto nelle nostre sofferenze, ma di redimerci da esse. In ultimo, conviene davvero pregare anche perché quelle domande non ci portino a dubitare del senso e dell’efficacia della preghiera.

* professore ordinario di Filosofia della religione presso l’Università di Urbino e presidente dell’Associazione italiana di Filosofia della religione.

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