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Nessuna fraternità senza responsabilità

di Franco Miano* 

La fraternità non è un sentimento vago, una divagazione dalla crudezza della realtà, fatta per anime belle, non risponde a forme edulcorate di lettura degli eventi, né ad una vaga prospettiva universalizzante. Non è un lusso che pochi possono permettersi, né un abito che si può indossare a proprio piacimento secondo le occasioni del momento o comunque in contesti in cui si deve apparire buoni, belli, bravi, politicamente corretti. Non è parola da invocare per mettersi in mostra.

La fraternità non è fondata su basi ideologiche o su basi strettamente politiche, non è uno strumento dialettico, né indica una semplice visione del mondo.

La fraternità è il contrario dell’indifferenza, del mettere se stessi al centro, della ricerca individualista dell’autoaffermazione a tutti i costi, di una competitività volta al dominio e alla sopraffazione.

La fraternità è la via della quotidianità, il frutto di un impegno costante, che, giorno dopo giorno, rimuove ostacoli, difficoltà, incomprensioni e manda avanti il bene, la costruzione di relazioni vere, la promozione della giustizia e della dignità di tutti.

La fraternità è l’arte delle persone miti, degli umili, dei semplici, di coloro che non aggrediscono per partito preso, non alzano la voce e non fanno calcoli sulle vite degli altri.

La fraternità è la trama dell’incontro con gli altri, la via dell’andare verso gli altri. Verso tutti gli altri. I più vicini e i più lontani, quelli della mia comunità e quelli del mondo intero, i più “facili” e i più “difficili”.

La fraternità è la presa di posizione più efficace contro la “cultura dello scarto”, che schiaccia e rifiuta i poveri facendoli morire di fame e di ingiustizia.

La fraternità è la via degli uomini di pace, la via di una socialità nuova, la via delle persone capaci di solidarietà e di ospitalità.

La fraternità è la via dell’unità e non dell’appiattimento e dell’uniformizzazione, la via che sa trasformare i conflitti in confronto e dialogo. La via che aiuta ad abbattere i muri e a lavorare all’accoglienza del diverso, dello straniero, dell’escluso, la via che supera ogni particolarismo egoistico e si apre sempre al pieno riconoscimento dell’altro.

La fraternità è anche un chiaro segnale, un evidente messaggio politico. La fraternità è il puntare sul bene comune.

Non c’è fraternità senza responsabilità.

Non c’è fraternità senza avvertire forte la provocazione, l’appello, la chiamata che proviene dalle vite degli altri, da ciò che gli altri sono, dalle loro aspirazioni e desideri, dalle loro situazioni e condizioni di vita, dai loro volti.

La fraternità tuttavia è all’opera non solo quando avverto la responsabilità per le persone che mi sono care, per i familiari, gli amici, le persone che amo particolarmente, è all’opera non solo quando vivo la responsabilità per chi è direttamente affidato alle mie cure di padre o di madre, di figlio o di figlia, di fratello o di sorella, di educatore o di maestro. La fraternità è all’opera ancor più quando mi assumo, momento dopo momento, la mia responsabilità per la vita del mondo intero, per la città comune, quando mi coinvolgo, quando partecipo, quando non fuggo, quando mi impegno in quegli ambiti di vita in cui non ho interazioni dirette in termini di ricadute affettive o di interessi personali, quando prevale la logica del dono e della gratuità. Scrive il Papa nella Fratelli tutti «in questi momenti, nei quali tutto sembra dissolversi e perdere consistenza, ci fa bene appellarci alla solidità che deriva dal saperci responsabili della fragilità degli altri cercando un destino comune. La solidarietà si esprime concretamente nel servizio, che può assumere forme molto diverse nel modo di farsi carico degli altri» (n. 115).

Nella responsabilità per gli altri inoltre è custodito il senso di cura per il mondo intero, quell’atteggiamento non predatorio nei confronti dell’ambiente, della casa comune, del creato. «Quando parliamo – scrive ancora Papa Francesco – di aver cura della casa comune che è il pianeta, ci appelliamo a quel minimo di coscienza universale e di preoccupazione per la cura reciproca che ancora può rimanere nelle persone. Infatti, se qualcuno possiede acqua in avanzo, e tuttavia la conserva pensando all’umanità, è perché ha raggiunto un livello morale che gli permette di andare oltre se stesso e il proprio gruppo di appartenenza. Ciò è meravigliosamente umano! Questo stesso atteggiamento è quello che si richiede per riconoscere i diritti di ogni essere umano, benché sia nato al di là delle proprie frontiere» (n. 117).

Nella responsabilità per gli altri c’è anche il senso e il valore della responsabilità per i diritti delle giovani generazioni e delle generazioni che verranno: una essenziale dimensione di fraternità che consiste nel non usurpare beni di cui possono e debbono avvalersi i più giovani e gli uomini e le donne del futuro. Sono fratello delle donne e degli uomini di oggi, ma anche delle donne e degli uomini del domani a cui devo contribuire ad offrire la possibilità di una vita buona accettando «la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità» (n.127).

*Docente di Filosofia morale presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, presidente dell’Istituto internazionale “Jacques Maritain” e membro del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani. È stato presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana dal 2008 al 2014.
Articolo pubblicato su «L’Osservatore Romano» del 14 dicembre 2020.

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